La mia pittura

 

Nel marzo 1965, Carlo Laurenzi, un giornalista allora noto per i suoi elzeviri in Italia, raccontando una visita alla mia prima mostra personale scriveva:

“L’entusiasmo del giovanotto era di un genere mite, quasi triste: dipingere gli sembrava ineluttabile, qualcosa di divorante cui sarebbe stato ragionevole, desiderabile opporsi se per l’appunto non fosse stato vano.”

Devo dire che ho sempre trovato calzante l’osservazione e tutta la mia vita di pittore è stata motivata da quell’ineluttabilità. Alle ore e nei momenti più impensati, seccando anche le mie compagne del momento, la febbre di quel divorante desiderio s’impadroniva di me e spremuti i tubetti afferravo le spatole e schiacciavo con forza il colore sulla tela o sulla faesite. Giudicare e parlare della propria pittura è difficile. Raccontare le emozioni e le motivazioni segrete che portano un “artista” ad esprimersi penso sia quasi impossibile.

Credo infine che l’opera pittorica dovrebbe colpire la sensibilità di chi la guarda, senza alcuna spiegazione aggiuntiva che rischierebbe di farla diventare un esercizio letterario. Un mio amico, appassionato d’arte, sostiene che l’artista nel momento in cui “crea” non sa quello che fa e non capisce nulla delle ragioni che lo conducono a “fare”. È come una persona (ignorante della propria anatomia, delle sue ossa, dei suoi muscoli, dei suoi nervi), che si muove da una stanza ad un’altra. Quella persona sa solo che ha percorso una distanza, non sa nulla degli impulsi che partiti dal suo cervello hanno fatto muovere i muscoli e quindi le gambe.

Non posso dargli torto, spesso non so perché ho dipinto un quadro, so solo che l’ho fatto e che l’opera finita vive oppure è nata morta e allora non mi resta che distruggerla. Le ragioni che mi hanno spinto e mi spingono a dipingere, quindi, non le conosco. So solamente che spesso l’ansia si impadronisce di me e mi sollecita a farlo. Quell’ineluttabilità è come la fame o la sete che inducono a cibarsi o a bere. Mi dicono che ho cominciato a imbrattare, con le matite colorate, fogli e federe di cuscini sin dall’età di tre anni. A chi mi chiedeva come mi chiamassi rispondevo: Paolo Petrucci Pittore. La tenera età faceva perdonare la mia presunzione. Da ragazzo amavo le opere della scuola Romana: Scipione, Mafai, e più tardi fui, con mio enorme piacere, allievo proprio di Mafai all’Accademia di Belle Arti di Roma. In quel periodo la mia pittura si era già fatta densa, stesa con la spatola, incisa.

Un filo di bitume colato spartiva le superfici. Una svolta è venuta con l’osservazione delle opere di William Congdon (del gruppo dell’action painting che faceva capo a Pollock) e di Nicolas De Staël, che considero due miei maestri. I colori tradizionali della “Pittura Romana” si erano già fusi con la tecnica a spatola, ma la stesura delle “paste” di colore divenne più raffinata, il bitume fu abbandonato, poi la scelta delle tonalità divenne personale e iniziai a realizzare i miei quadri attraverso una sovrapposizione di strati di colore. Spesso un solo colore puro, acceso, illumina un quadro tonale. Per molti anni i paesaggi sono stati i soli soggetti della mia ispirazione. Non ho mai dipinto il paesaggio dal vero, non l’ho mai scelto.

È sempre stato un paesaggio, in particolare, che ha scelto me catturandomi con le sue linee curve, con la sua architettura. Ho riempito i miei sketch books di appunti maturando quelle notazioni e trasferendone poi la sintesi sulla tela. Da circa dieci anni la figura umana, specialmente quella femminile, nella dolcezza delle sue linee, della sua struttura, mi stimola a ricreare sulla tela quella sintesi raggiunta nel paesaggio. Le storie della mitologia, rappresentate ampiamente nella pittura classica, mi hanno spinto ad una nuova sfida: raccontarle con il mio stile, con la mia sintesi di colori e di forme. Chi non ha mai “pasticciato” con i colori non può capire la sensazione, forse la gioia profonda, che si prova quando sulla tela comincia ad affiorare quello che si era progettato e l’intuizione aveva immaginato. In un’epoca in cui il cinema, la televisione, la fotografia, ci danno una visione esatta del mondo non resta che la pittura, ormai svincolata dal reale, per raccontare con la materia “immateriale” del colore.

Raccontare, non copiare, luce, ombra, sensazioni, poesia, cose osservate, filtrate, e ormai immaginarie.

Paolo Petrucci

Biografia

 

Paolo Petrucci è nato a Roma nel 1939. Dopo il liceo classico ha frequentato quello artistico, dove è stato allievo per la pittura di Andrea Spadini. All’Accademia di Belle Arti ha avuto come maestro Mario Mafai. Si è avvicinato al mondo del cinema facendo l’assistente e l’aiuto regista. Più volte ha collaborato, specie per il colore, ai film di suo padre (Antonio Petrucci, giornalista, regista, insegnante di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia).

Pur continuando a dipingere dal 1968 al 2004 ha collaborato con la RAI in qualità di regista e di autore testi per rubriche culturali in particolare per illustrare opere e tecniche d’arte. Ha ricevuto consensi e premi per i suoi documentari d’arte tra cui, nel 1993, il Gran Prix de la Qualité de l’Image al XVIII Festival International du film d’Art et Pédagogique – per il documentario Lorenzo il Magnifico.

Per la pittura, che ha continuato a praticare assiduamente, ha tenuto personali in Italia e negli USA. In Vaticano è esposto un suo quadro del 1963, Tre Vescovi, e un altro del 1964 è stato acquistato dalla Galleria Comunale di Arte Moderna di Roma. Numerose sue opere fanno parte di collezioni private in Italia e all’estero.

 

MOSTRE ED ESPOSIZIONI

1960 – 1a mostra d’arte degli studenti italiani – Palazzo delle Esposizioni – Roma

1964 – 5a mostra d’arte giovanile – Portico cinquecentesco San Salvatore in Lauro – Roma

1965 – Un angolo di Roma – Palazzo delle Esposizioni – Roma

1965 – Personale alla galleria “Il Porto” -Roma

1966 – Le Chiese – “L’Agostiniana” – Piazza del Popolo – Roma

1966 – Mostra d’Arte Sacra alla galleria “Il Porto” – Roma

1966 – Pittori italiani – “Crescenzigallery” – New York

1967 – Personale alla galleria “Lo Scalino” – Roma

1968 – Personale alla galleria “La Panchetta” – Bari

1970 – Personale – Kursaal – Sorrento

1972 – Personale – Hotel Costa Tiziana – Crotone

1973 – Personale – Ministero Turismo e Spettacolo – Roma

1974 – Incontro con l’arte – Circolo Sportivo dell’Aeronautica – Roma

1977 – Personale alla galleria “La Piazzetta” – Roma

1979 – Personale alla libreria-galleria “Remo Croce” – Roma

2007 – Personale antologica (1967-2007) alla galleria “La Pigna” – Roma

2017 – Fiera d’arte di Innsbruck